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Costume osinese.

“Ogni paese ha un costume che si differenzia da quello degli altri proprio per antica tradizione, ed ogni costume ha in sé la storia del paese dalle sue origini.”

Nella maniera di vestire essi non si singolarizzano né in menoma parte, e usano la foggia usata nei luoghi d’intorno. Anche qui il cojetto, quella veste tanto salutare in questo clima incostante, è una rarità, e appena alcuni vecchi se ne servono. Le donne amano il colore rosso nella gonnella, che portano increspata a mille doppi sui fianchi, nel giubbone e nel manto con cui coprono la testa. Stringonsi i fianchi con una lunga fascia e la dirò a mosaica, perché formata di pezzetti ben cuciti di diverse stoffe e colori … Un vedovo resta per qualche tempo in assoluto ritiro, e neppur va alla chiesa, quindi per un anno non rade la barba, e per un anno va squallido e incappucciato; la vedova per alcuni mesi resta nascosta, e mantiene il bruno perpetuamente se non si rimarita.

Angius/Casalis, 1833-1856

 

 

Il costume osinese comprende un abito femminile (composto da Sciallu, Camisa, Gipponi, Unnedda, Giventali o Diventali) e un abito maschile (composto da Berritta, Camisa, Croppettu, Gianchetta, Ragas, Araghettu, Cartzonis, Cosingius). Dai ricordi degli anziani, si scopre che a tali attività erano dedite soprattutto le donne, che con pazienza provvedevano alla filatura dei tessuti, alla loro tintura e successivamente alla loro ”messa in piega“ con particolari strumenti per ottenere la tipica pieghettatura (plissettatura) delle gonne; altri erano i tessuti usati per i “gipponis” (i broccati di seta e di lana), lino e cotone (per le camicie, ecc); lino per i pantaloni, orbace per le gonne, le ghette, i mantelli e i cappotti.

Le donne elaboravano poi i pizzi e i merletti, e le passamanerie che “alleggerivano” abiti dalla foggia austera, rendendoli eleganti e ingentilendo volti  di persone spesso dedite a lavori gravosi (massai, pastori) che per una volta, nei giorni di festa diventavano protagonisti.

Gli abiti venivano pertanto custoditi con gelosia e trattati con molto rispetto, e spesso il proprietario veniva sepolto -“in c’iddeus interrau”-, alla sua morte, con quell’abito che per lui aveva rappresentato il bene più prezioso: è verosimilmente per tale motivo che ne sono giunti a noi pochi esemplari.

In Osini sono stati ritrovati solo alcuni indumenti originali femminili e una camicia maschile: risulta infatti che gli uomini, per primi, intorno agli inizi del ‘900, hanno abbandonato il vero costume osinese, per adottare il, forse più pratico, abito  di foggia moderna, mentre sono state le donne le vere detentrici della tradizione nell’uso dell’abbigliamento, in particolare nell’uso della gonna, del giacchino -“su gipponi”- e del grembiule -“su diventali”.

L’Amminitrazione Comunale di Osini, nel 2006, basandosi su una ricerca condotta utilizzando ricordi degli anziani del Paese, soprattutto donne, foto d’epoca, e i pochi capi originali tutt’ora presenti in Osini, e grazie anche all’aiuto dei ricercatori del Museo del costume di Nuoro, ha promosso una lodevole iniziativa che ha portato alla ricostruzione di un abito maschile e uno femminile, corrispondenti a quelli in uso nelle giornate di “Festa”, di foggia pertanto più elaborata rispetto a quelli giornalieri.

 

Approfondimento:

Da informazioni in Sardegna, analoghe anche in Osini le donne tingevano con colori derivati dai vegetali, soprattutto le radici della robbia -“is arraiginis de s’ origgedda intingianta in orrubiu”-e di radici e bacche di truiscu (daphne gnidium L.) dal color giallo-senape e delle sue diverse tonalità, fino al marrone.

 
 

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